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Bambole per le bambine e macchinine per i maschietti.
Sapevo che erano esempi di quelli che i miei genitori chiamavano Bibì, i borghesi bigotti, nemici numero uno dell'umanità.
Io però non potevo fare a meno di chiedermi cosa si provasse a cenare senza che una scimmia indonesiana di nome Clarissa ti rubasse il petto di pollo dal piatto per strofinarselo sui genitali.
Ecco la storia di una consapevolezza conquistata a caro prezzo.
È una forsennata sarabanda di amori, incontri, separazioni, tradimenti, dolore e accettazione.
Ma non si parli di educazione sentimentale, perché il sentimento, quello vero, è piuttosto maleducato: ci sorprende con la forza di un’intuizione improvvisa, non chiede il permesso di entrare, e può accadere che ci lasci storditi, completamente groggy, in mutande e pantofole rosa alla banchina di un autobus nel cuore del nulla.
Il romanzo d’esordio di Sebastiano Mauri, ad esempio, prende le mosse da un portentoso doposbronza smaltito fra le atmosfere di una cittadina della provincia americana, per poi dirigersi con passo sicuro verso i monoliti di vetro e acciaio che costellano il cuore di Manhattan.
Martino Sepe, il nostro protagonista, arriva da Loviate, provincia (immaginaria) di Milano.
Qui ha lasciato una famiglia sui generis: un babbo entusiasta e affettuoso, ma che non esita a scagliare lo spirito di Manitù contro chiunque attenti all’unità familiare; una mamma argentina di nascita e impegnata su mille fronti civili e sociali; un fratello e una sorella diversissimi per carattere e inclinazioni, ma ai quali Martino è legato da affetto sincero.
Eppure Martino sente di dover andare, di dover cercare una strada con le sue gambe, e volendo fare cinema, non c'è di meglio che chiedere l'America.
New York, come sempre accade a chiunque voglia ambientarvi una storia, è destinata a prendersi il suo spazio: la città che non dorme mai è riluttante a far da semplice cornice, e “Goditi il problema” non fa eccezione, eleggendola sin dal principio a protagonista del racconto.
Qui, nel cuore del Village, fra le mura fatiscenti di un appartamento popolato da una colonia sterminata di scarafaggi, Martino Sepe, il nostro protagonista, vive una défaillance annunciata con una supermodella, e quel flop con la top è l'enzima che scatena ricordi ed emozioni.
Fra le dissolvenze incrociate di un lunghissimo flashback, Martino rievoca la tortuosa ricerca dell’amore, vissuta attraverso le luci di un mondo rutilante ed effimero, nel quale ogni incontro può rivelarsi purissima plastica oppure – se si ha fortuna - un vivifico antidoto al vuoto e alla solitudine nei quali si consumano i giorni di molti.
Martino coltiva la speranza di lavorare nel cinema, e a New York tutto sembra a portata di mano: una scuola prestigiosa, e l’opzione di una major sulla sua sceneggiatura. Ma non tutti i salmi finiscono in gloria e così, dopo le scintille e gli entusiasmi iniziali, il sogno di Martino deve passare attraverso le strettissime forche caudine che gli vengono imposte da un produttore affermato quanto tirannico, al quale egli farà da assistente per lungo tempo.
Nel lavorare per Lance Mayfair (che ci ricorda nelle sue infinite idiosincrasie la Miranda Priestley interpretata da Meryl Streep ne “Il diavolo veste Prada”) Martino vede assottigliarsi giorno dopo giorno lo spazio del suo sogno: i caffè che porta alle isteriche star sul set, le commissioni che sbriga per Lance, non sono il viatico a una carriera di regista.
Anche viste dall’ottantaduesimo piano dell’Empire State Building, quelle ingrate incombenze continuano a somigliare solamente a tazzine di caffè e corse a perdifiato nella speranza di arrivare un attimo prima del capo.
Ma accanto al lavoro scorre la vita, più impetuosa dell'Hudson o dell'East River, e l'incontro con Alejo, giovane attore di belle speranze, ha per Martino la forza di un'epifania lungamente rinviata: è l'amore, e non importa quali etichette la società sia pronta ad appioppare a chi ama persone del suo stesso sesso. Come il dottor Zagula dirà a Martino nel corso di una intensa e rivelatrice seduta di psicoterapia "Pensa a cosa desideri, non a dare un nome al tuo desiderio".
Accettarsi per quel che si è, però, è un'impresa titanica, e Martino rema contro sé stesso a forza di braccia, fino a stremarsi, fino a non sapere più cosa vuole dalla vita.
Il tempo passa: giorno dopo giorno, avventura dopo avventura, Martino rischia di smarrirsi, e le mille luci della città rischiano di diventare altrettanti , dolorosi memento di un fallimento esistenziale. Ma nel momento in cui la resa sta per essere firmata, accade l’imprevisto.
E solo allora Tribeca, Nolita, Brooklyn, Città del Messico e Loviate si rivelano per quel che sono veramente: le tappe di un cammino lungo e tortuoso, che solo in retrospettiva il nostro potrà leggere e decifrare con chiarezza.
Il dolore, il disordine e l’affannarsi in cerca di qualcosa che ci sembra non arriverà mai - sembra dirci Martino al momento dei saluti - non sono il contrappasso feroce da pagare nell’attesa di un improbabile happy ending: sono la vita stessa, con il suo nucleo irriducibile di mistero, gioia e sofferenza che soli possono portarci a conoscere chi siamo veramente.
E allora, beh, non resta che goderselo fino in fondo, questo problema!
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