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Una volta Sebastiano Mauri ha partecipato alla festa per il matrimonio di due amici argentini, entrambi maschi, e in quell’occasione, al netto dell’impaccio dei parenti e di un po’ di pettegolezzi sulle consuocere, ha notato: «Non si cambia tutto con una legge, però rendendo l’uguaglianza dei cittadini non solo una realtà, ma un’esperienza, si facilita il processo di accettazione delle diversità». Secondo me ha ragione: serve una legge, subito una legge e tante belle feste di cui fare esperienza, il resto verrà. Sebastiano Mauri sogna spesso il suo matrimonio, ma siccome lui è italiano, e pare che per sposarsi abbia bisogno di “chiedere il permesso a sessanta milioni di italiani”, s’è messo lì e ha scritto un libro (Il giorno più felice della mia vita, Rizzoli). L’ha scritto con santa pazienza, per replicare punto per punto alle argomentazioni di quanti fino a ora gli hanno detto no, curati, fai altro, che fretta c’è. L’ha scritto per smontare le obiezioni di chi considera l’amore omosessuale “contro natura” e di chi ne fa una questione di dogma religioso. L’ha scritto soprattutto per disarmare l’omofobia più subdola, quella da salotto: i matrimoni gay? Ci arriveremo, ma non sono un’urgenza... |